La dichiarazione in dogana

Dichiarazione dogana
Approfondiamo il concetto di dichiarazione in dogana

Cos’è la dichiarazione in dogana?

La dichiarazione in dogana è l’atto con il quale una persona (il dichiarante) manifesta, nelle forme e nelle modalità prescritte, la volontà di vincolare le merci a un determinato regime doganale. Chiaramente l’interessato indica l’eventuale specifica procedura da applicare (art. 5, CDU).

Tutte le merci destinate ad essere vincolate a un regime doganale sono oggetto di una dichiarazione in dogana appropriata al regime in questione (si esclude il regime di zona franca).

Funzione della dichiarazione

La dichiarazione in dogana può essere fatta da chiunque sia in grado di presentare alla dogana la merce con la documentazione necessaria per l’applicazione delle disposizioni relative al regime doganale per cui la merce è dichiarata.

Possiamo quindi affermare che la proprietà della merce NON è condizione essenziale per poter presentare la dichiarazione in dogana.

Attraverso la dichiarazione doganale il dichiarante (cioè colui che presenta la dichiarazione in dogana):

  • Mostra la volontà di vincolare la merce a uno dei regimi doganali ammessi (immissione in libera pratica/importazione definitiva, regimi speciali, esportazione);
  • Trasmette all’autorità tutti gli elementi necessari per l’applicazione delle disposizioni che regolano il regime scelto e per calcolare i diritti doganali dovuti.
Quali sono gli elementi essenziali?

Essi includono:

  • la qualità di un bene (che permette di determinare l’aliquota daziaria);
  • la quantità ed il valore che definiscono la base imponibile del dazio da applicare;
  • l’origine (non preferenziale e preferenziale) che comporta eventuali aggiunte o riduzioni del carico daziario.

A sostegno della dichiarazione la dogana può richiedere documenti quali:

  • fattura commerciale;
  • certificato di origine;
  • packing list;
  • lettere di vettura.

In Italia le dichiarazioni, firmate digitalmente, vengono presentate al Servizio Telematico Doganale. La dichiarazione doganale è quindi costituita da un tracciato elettronico che contiene le informazioni nella forma prevista dalla codicistica del DAU (Documento Amministrativo Unico). Questa si considera accettata nel momento in cui viene registrata nel sistema telematico dell’Agenzia delle Dogane. Dopo la registrazione, il messaggio viene verificato tramite il circuito doganale di controllo. Una volta concesso lo svincolo, le merci si svincolano dalla vigilanza doganale e si produce un’immagine intellegibile del DAU. Quest’ultima contiene i dati della dichiarazione doganale. La dichiarazione resa è costituita dal file inviato tramite il servizio telematico doganale. Precisiamo inoltre che un registro pubblico riporta tutte le dichiarazioni.

Per ogni dichiarazione il dichiarante deve conservare per tutto il periodo previsto dalle norme (art. 51 CDU), un fascicolo, anche in formato elettronico. Questo è costituito da:

  • Immagine elettronica del DAU (dichiarazione doganale);
  • Documenti presentati a corredo della dichiarazione.

La prova della cessione intraunionale – cosa cambierà dal 2020?

Prova della cessione
Quali sono i documenti idonei a provare la cessione intraunionale?

Vogliamo capire come fornire la prova dell’effettiva cessione intraunionale dei beni, basandoci sulle indicazioni fornite sia dall’Amministrazione finanziaria sia dalla giurisprudenza (comunitaria e nazionale).

Come si evince dall’art. 131 della Direttiva n. 2006/112/CE, la normativa comunitaria non definisce forma e tipologia della prova idonea a dimostrare l’avvenuto trasporto dei beni nel territorio di altro Stato membro. Lascia invece che siano gli Stati membri a definire i mezzi di prova idonei. Questa assenza di specifici obblighi è in linea con il principio della libera circolazione dei beni nel territorio comunitario e con il conseguente divieto, per gli Stati membri, di introdurre misure più restrittive e meno favorevoli di quelle previste per le cessioni all’esportazione.

La normativa italiana non dispone nulla riguardo ai documenti che il cedente deve conservare, ed eventualmente esibire in caso di controllo, per provare l’avvenuto trasferimento del bene in altro Stato comunitario. L’art. 41 del D.L.  n. 331/1993 si limita a indicare che costituiscono cessioni intracomunitarie non imponibili ai fini IVA le “cessioni a titolo oneroso di beni, trasportati o spediti nel territorio d’altro Stato membro, dal cedente o dall’acquirente, o da terzi per loro conto, nei confronti di cessionari soggetti di imposta o di enti, associazioni ed altre organizzazioni indicate nell’art. 4, comma 4, D.P.R. 633/1972, non soggetti passivi d’imposta.”

A sua volta tale disposizione ha recepito l’art. 138 della Direttiva 2006/112/CE, per cui: “Gli Stati membri esentano le cessioni di beni spediti o trasportati, fuori del loro rispettivo territorio ma nella Comunità, dal venditore, dall’acquirente o per loro conto, effettuate nei confronti di un altro soggetto passivo, che agisce in quanto tale in uno Stato membro diverso dallo Stato membro di partenza della spedizione o del trasporto dei beni”.

Devono dunque sussistere congiuntamente i seguenti requisiti:

  • Onerosità dell’operazione avente a oggetto un bene mobile materiale;
  • Acquisizione o trasferimento del diritto di proprietà o di altro diritto reale sul bene;
  • Status di operatore economico del cedente nazionale e del cessionario comunitario, al quale si aggiunge, in base all’art. 35, comma 2, lettera e-bis), D.P.R. 633/1972, l’obbligo di iscrizione al VIES, VAT Information Exchange System (se vuoi saperne di più sul VIES, vedi questo articolo);
  • Effettiva movimentazione dei beni dall’Italia ad un altro Stato membro, indipendentemente dal fatto che il trasporto/spedizione avvenga a cura del cedente, del cessionario o di terzi per loro conto.

Nel caso in cui manchi anche solo un requisito, l’operazione diventa imponibile IVA, con applicazione di una sanzione dal 90 al 180% dell’imposta.

Bisogna dunque definire quali sono i mezzi di prova idonei a dimostrare l’effettiva sussistenza di una cessione intracomunitaria, tenendo in considerazione che spetta al cedente, cioè colui che applica in fattura il titolo di esenzione, provare l’esistenza dei presupposti.

 

Documentazione da esibire come prova della cessione intracomunitaria

La risoluzione n. 345 del 2007 ha precisato che il documento di trasporto è idoneo a dimostrare l’uscita dei beni dal territorio dello Stato, indicando l’obbligo del cedente di conservare, oltre agli elenchi INTRASTAT e alle fatture, la documentazione bancaria da cui risulti traccia delle somme riscosse in relazione alle cessioni e copia dei documenti che attestano gli impegni contrattuali tra le parti.

Saranno quindi necessari i seguenti documenti:

  • Fattura di vendita all’acquirente comunitario;
  • Elenchi riepilogativi relativi alle cessioni intracomunitarie effettuate (modelli Intrastat);
  • Documento di trasporto “CMR” firmato dal trasportatore per presa in carico della merce e dal destinatario per ricevuta;
  • Rimessa bancaria dell’acquirente relativa al pagamento della merce.

 

Il documento di trasporto cartaceo

Con le successive risoluzioni n. 477 del 2008 e n. 123 del 2009, l’Agenzia delle Entrate ha riconosciuto che la prova del trasporto all’estero possa essere fornita, tra l’altro, dalla lettera di vettura con indicati i luoghi di partenza e arrivo (più tutta la documentazione del caso), senza richiedere l’attestazione del cessionario dell’arrivo della merce nello Stato di destinazione.

Ne consegue che, in caso di trasporto a cura del cedente, la prova del trasporto dei beni in altro Stato membro può essere fornita:

  • Non solo tramite lettera di vettura firmata dal cessionario per attestare la ricezione della merce;
  • Ma anche, in alternativa, attraverso qualunque altro supporto documentale da cui risulti la consegna della merce, compresa, ad esempio, la documentazione predisposta dal cedente ed inviata al cessionario in cui quest’ultimo attesta l’avvenuta ricezione dei beni oggetto delle cessioni intracomunitarie.

I documenti vanno conservati fino al termine di accertamento da parte dell’Amministrazione finanziaria.

 

Il documento di trasporto elettronico

Prendiamo ora in considerazione il caso del documento di trasporto elettronico.

I trasportatori usano sempre più spesso sistemi elettronici per conservare i documenti di trasporto, fornendo al cliente il documento in formato elettronico anziché cartaceo, con la conseguente impossibilità per il cliente di ottenere i documenti originali provvisti di firma. In altri casi la prova del percorso della merce deriva dalle informazioni rilevabili sui sistemi informatici del trasportatore, ad esempio il tracking number, che inviano in automatico le informazioni sullo stato del trasporto.

Nella risoluzione n. 19/E/2013, l’Agenzia delle entrate ha precisato che il documento elettronico è idoneo, al pari di quello cartaceo, a dimostrare l’effettiva uscita dei beni dal territorio dello Stato, purché anche il medesimo contenga i dati della spedizione e le firme dei soggetti coinvolti (cioè cedente, vettore e destinatario), pur se tali elementi sono desumibili da documenti separati. In particolare sono validi mezzi di prova dell’avvenuta cessione intracomunitaria:

  • Sia il CMR elettronico, cioè in pdf, che sia o firmato “per ricevuta” dal destinatario o integrato con la dichiarazione di quest’ultimo che attesti l’avvenuta ricezione della merce;
  • Sia le informazioni tratte dal sistema informatico del vettore dalle quali risulti, comunque, che la merce è giunta a destinazione.

Per l’Agenzia delle Entrate, tali documenti, per essere idonei a fornire la prova della cessione intracomunitaria, devono essere “conservati congiuntamente alle fatture di vendita, alla documentazione bancaria e alla documentazione relativa agli impegni contrattuali”.

I predetti documenti “elettronici”, sotto il profilo giuridico, si qualificano come analogici, perché, non avendo “riferimento temporale” e “sottoscrizione elettronica”, non possono considerarsi documenti informatici. Perciò, per essere fiscalmente rilevanti, tali documenti vanno stampati e conservati assieme alla fattura.

 

Resa EXW – quale prova della cessione?

Nelle cessioni intracomunitarie con resa EXW, cioè con trasporto a cura del cessionario non residente, il cedente nazionale dovrebbe limitarsi ad effettuare una valutazione in buona fede dell’attendibilità del cessionario e della documentazione prodotta al momento della consegna. L’Amministrazione finanziaria, però, considera in ogni caso responsabile il cedente nazionale che non abbia acquisito la prova del trasporto dei beni nel paese di destinazione.

La risoluzione n. 477/E/2008 ha affrontato il caso delle cessioni “franco fabbrica”, in cui molto difficilmente si riesce ad ottenere dal cessionario una copia del documento di trasporto controfirmata dal destinatario per “ricevuta”.

Per l’Agenzia delle Entrate, il riferimento a tale documento ha semplicemente carattere esemplificativo. Si può perciò usare qualsiasi documento idoneo a dimostrare che le merci sono state inviate in altro Stato membro.

Tale principio è stato ribadito dalla risoluzione n. 71 del 2014, con cui si è precisato che la prova del trasferimento può essere acquisita esibendo:

  • Fattura di vendita;
  • Documentazione bancaria;
  • Contratti attestanti gli impegni presi tra le parti;
  • Documentazione commerciale che attesti il passaggio di proprietà;
  • Documento da cui risulti la cancellazione del bene dal registro italiano;
  • Documento da cui risulti l’avvenuta iscrizione del bene nel registro estero;
  • Elenco riepilogativo delle operazioni intracomunitarie (modello intrastat).

L’Agenzia ha inoltre precisato che, in aggiunta a tale documentazione e in sostituzione del DDT, va fornita anche una dichiarazione da parte del cessionario che attesti che la merce è pervenuta a destinazione.

 

Novità 2020

Al fine di pervenire ad un quadro uniforme che possa fornire maggiore certezza sia agli operatori che alle amministrazioni fiscali nazionali, il legislatore comunitario, con il Regolamento di esecuzione UE 1912/2018, ha inserito il nuovo articolo 45-bis all’interno del Regolamento di esecuzione UE 282/2011. In base a tale modifica, a partire dal 1° gennaio 2020 viene tipizzato un elenco di documenti ritenuti idonei a dimostrare l’avvenuto trasporto o spedizione dei beni a destino di altro Stato membro.

CASO 1

Il venditore certifica che i beni sono stati spediti o trasportati da lui o da un terzo per suo conto ed è in possesso:

  • Di due degli elementi di prova non contraddittori di cui alla lista A, rilasciati da due diverse parti indipendenti, dal venditore e dall’acquirente;
  • Di uno qualsiasi dei singoli elementi di prova di cui alla tabella A in combinazione con uno qualsiasi degli elementi di prova di cui alla tabella B, non contraddittori, che confermano la spedizione o il trasporto e sempre rilasciate da due diverse parti indipendenti l’una dall’altra, dal venditore e dall’acquirente.
CASO 2

Il venditore è in possesso oltre agli stessi elementi del punto precedente anche di una dichiarazione scritta dall’acquirente che certifica che i beni sono stati trasportati o spediti dall’acquirente, o da un terzo per conto dello stesso acquirente, e che identifica lo Stato membro di destinazione dei beni. Questa va fornita entro il decimo giorno del mese successivo alla cessione.

Tale dichiarazione scritta indica:

  • La data di rilascio;
  • Il nome e l’indirizzo dell’acquirente;
  • La quantità e la natura dei beni;
  • La data e il luogo di arrivo dei beni;
  • Nel caso di cessione di mezzi di trasporto, il numero di identificazione del mezzo di trasporto;
  • Nonché l’identificazione della persona che accetta i beni per conto dell’acquirente.
LISTA A
  • Documento o lettera CMR riportante la firma;
  • Polizza di carico;
  • Fattura di trasporto aereo;
  • Fattura emessa dallo spedizioniere.
LISTA B
  • Polizza assicurativa relativa alla spedizione o trasporto dei beni;
  • Documenti bancari attestanti il pagamento del trasporto;
  • Documenti ufficiali rilasciati da una pubblica autorità che confermano l’arrivo dei beni nello Stato membro di destinazione;
  • Ricevuta rilasciata da un depositario nello Stato membro di destinazione che confermi il deposito di beni in tale Stato membro

In questo articolo abbiamo trattato il caso della prova della cessione intraunionale.

Ma cosa fare se dobbiamo provare l’uscita della merce al di fuori dell’Unione Europea?

Per rispondere a tale domanda, abbiamo realizzato una breve guida gratuita che fornisce indicazioni chiare e concise su come provare l’uscita extraunionale. Clicca a questo link per scaricarla gratuitamente: https://doganaconsulting.gr8.com/


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Faccelo sapere commentando questo articolo! Inoltre, se ti è piaciuto questo articolo, condividilo sui social; te ne saremmo decisamente grati!

Per ogni richiesta o informazione, siamo a disposizione all’indirizzo info@doganaconsulting.com.

Incoterms – quali sono le novità 2020?

Incoterms
Quali sono i principali cambiamenti negli Incoterms 2020?

Come già menzionato all’interno del nostro blog, gli Incoterms subiranno una revisione che entrerà in vigore dal 1° gennaio 2020.

Riprendiamo innanzitutto il concetto di Incoterms. Incoterms è l’acronimo di International Commercial Terms. Trattasi del risultato dell’attività di codificazione e tipizzazione operata dalla Camera di Commercio Internazionale a partire dal 1936. Essi si applicano ai contratti di vendita internazionale di beni mobili e sono volti a dare esatta definizione alla ripartizione delle responsabilità per il caso di perdita o danni e dei costi derivanti dalla consegna della merce.

Per procedere alla classificazione, vi sono due possibili modalità da seguire.

Il primo metodo prevede la presa in considerazione della lettera iniziale dell’acronimo.

In particolare avremo:

  • il gruppo E (EXW; il venditore si obbliga a consegnare la merce presso la propria sede o in altro luogo convenuto);
  • il gruppo F (FCA, FAS, FOB; il venditore cura la consegna della merce in una data destinazione ma non paga il trasporto principale);
  • il gruppo C (CFR, CIF, CPT, CIP; il venditore assume il costo del trasporto principale ma il rischio passa all’acquirente al momento della consegna al primo spedizioniere);
  • il gruppo D (DAT, DAP, DDT; il venditore assume su di sè ogni onere e rischio del trasporto fino a destino).

Il secondo metodo, invece, si basa sull’applicabilità delle regole alle modalità di trasporto:

  • applicabili ad ogni tipo di trasporto (EXW, FCA, CPT, CIP, DAT, DAP, DDP);
  • applicabili al solo trasporto marittimo e per vie d’acque interne (FAS, FOB, CFR, CIF).

In relazione alla revisione applicata agli Incoterms ogni dieci anni, avremo a breve a che fare con gli Incoterms 2020.

Vogliamo riportare di seguito i principali cambiamenti che verranno introdotti.

  • Acronimo DAT modificato in DPU (Delivery At Place Unloaded)

Si è deciso di rimuovere il termine “terminal” per risolvere il possibile malinteso riferito a tale parola, talvolta interpretata erroneamente come terminal doganale.

Si è dunque deciso di utilizzare DPU (Delivery At Place Unloaded), per estendere il riferimento a “qualsiasi posto, coperto o meno”.

  • Diverso livello di assicurazione per CIF e CIP

Secondo gli Incoterms l’assicurazione è a carico dell’azienda che esporta solo con le rese CIP e CIF; il venditore è il contraente (colui che paga il premio) ma il beneficiario è l’acquirente.

Negli Incoterms 2010 l’assicurazione è richiesta per la classe C, ma negli Incoterms 2020, il CIP richiede una copertura A-ICC mentre CIF richiede la copertura C-ICC, che è molto più probabile si applichi ai prodotti finiti. Perchè? Perchè la copertura A copre un maggior livello di assicurazione, mentre un minor livello di copertura associato a C-ICC sarebbe più adeguato per il mondo della materie prime.

  • Lista dei costi

Tutti i costi vengono ora riportati nella sezione “ripartizione dei costi” per ciascuna regola, in modo da evitare confusione. Siccome è cambiato anche l’ordine degli articoli in merito agli Incoterms 2020, queste compaiono adesso nella sezione A9/B9 di ciascuna regola.

I costi rappresentavano una problematica significativa negli Incoterms 2010. I vettori cambiavano spesso la struttura dei prezzi per gestire eventuali aggiunte e i venditori si vedevano addebitate le spese di movimentazione al terminal. Le sezioni A9 negli Incoterms 2020 raggruppano i costi, in modo da evidenziare in maniera chiara quali di questi pesano su ciascuna parte.

  • Requisiti di sicurezza

Gli Incoterms 2020 si soffermano ampiamente sui requisiti legati alla sicurezza, essendo questi divenuti particolarmente importanti negli ultimi decenni.

Dal punto di vista dei requisiti di trasporto, le ripartizioni relative alla sicurezza sono state aggiunte alle sezioni A4 e A7 di ciascuna regola Incoterm e i costi necessari associati sono stati aggiunti alle sezioni A9/B9.

  • Trasporto proprio

Gli Incoterms 2010 prevedevano che il trasporto dei beni dal venditore all’acquirente avvenisse tramite parte terza. Gli Incoterms 2020 consentono l’utilizzo di propri mezzi di trasporto da parte dell’acquirente nelle regole FCE e dal venditore nelle regole D.

  • FCA e polizze di carico

Secondo l’FCA “l’acquirente deve gestire a proprie spese il trasporto della merce”. C’è una discrasia tra FCA e FOB. Se si vende in FCA, il proprio punto di consegna è diverso dal FOB. La differenza tra FCA e FOB per il venditore rappresenta un costo ed un rischio significativi. Negli Incoterms  2010, coloro che esportano beni in container vengono incoraggiati ad usare l’FCA, che sembra essere l’opzione migliore per entrambe le parti. Molte persone, però, usavano il FOB anche se avrebbero dovuto usare l’FCA. Perchè? Va considerato che anche i venditori più sofisticati volevano usare il FOB, in quanto una classica lettera di credito richiede una polizza di carico a bordo. Perciò i venditori usavano spesso il FOB, perchè non volevano assumersi il rischio di non venire pagati.

Viene quindi ora definito che se le parti l’hanno concordato, l’acquirente deve dare istruzione al vettore di rilasciare al venditore, a spese e rischi dell’acquirente, un documento di trasporto che dichiari che i beni sono stati caricati.

  • Presentazione delle regole

Gli Incoterms 2020 hanno delle note esplicative molto più dettagliate, con diagrammi migliori, una struttura differenziata per gli utenti ed un riordinamento delle regole per permettere una comprensione più immediata delle caratteristiche della spedizione e dei relativi rischi.

 

Questi sono i principali cambiamenti che verranno riportati negli Incoterms 2020. Sono in linea con quelli che credevi sarebbero avvenuti o ti aspettavi delle modifiche diverse? Faccelo sapere lasciandoci un commento o scrivendoci all’indirizzo info@doganaconsulting.com.

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Newsletter 17.07.2019

COS’È IL CODICE EORI?
Approfondiamo il tema del codice EORI: di cosa si tratta, a cosa serve e cosa succede se non lo si possiede

Il codice E.O.R.I. (Economic Operator Registration and Identification) è un sistema di numerazione introdotto nel 2009 dall’Unione Europea. Si tratta di un codice alfanumerico per la registrazione e l’identificazione degli operatori economici

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Newsletter 03.07.2019

PARLIAMO DI ORIGINE PREFERENZIALE
L’origine preferenziale garantisce l’esenzione o la riduzione dei dazi – la difficoltà sta nell’individuarla correttamente!

Per origine preferenziale si intende uno status della merce grazie al quale viene assegnato il diritto ad un trattamento preferenziale, ovvero un dazio ridotto o un’esenzione dal dazio. Vediamo quali sono le domande chiave da porsi per procedere alla corretta individuazione di tale status.

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Newsletter 19.06.2019

COSA INSERIRE NELL’ESTEROMETRO?
Nell’esterometro solo le operazioni soggette all’obbligo di registrazione

L’esterometro ha l’obiettivo di rilevare le operazioni per cui non c’è obbligo di emissione della fattura elettronica, poichè effettuate con soggetti passivi Iva che non sono stabiliti in Italia.

Riguardo agli acquisti sorgono però dei dubbi – trattandosi di operazioni intercorse con controparti non residenti, vanno inserite nell’esterometro?

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Newsletter 05.06.2019

RETTIFICHE DELLE CESSIONI COMUNITARIE
Quali sono le regole in merito alle note di variazione Iva?

L’inserimento delle note di variazione in diminuzione nell’esterometro segue le modalità di emissione e registrazione delle stesse.

Per quanto riguarda le operazioni intracomunitarie, non c’è una regola specifica per l’emissione delle note di variazione in ambito Ue. Vediamo di capirci qualcosa in più…

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Newsletter 15.05.2019

IL CERTIFICATO D’ORIGINE SI RICHIEDE ONLINE

Dal 1° giugno 2019, la domanda di rilascio del certificato d’origine DEVE essere presentata in modalità telematica. Il certificato, però, deve essere comunque ritirato fisicamente in Camera di Commercio.

Proprio in tale contesto interviene Doganaconsulting, con l’obiettivo di snellire tale procedura ed assicurare alle aziende una compilazione scrupolosa e precisa. Il nostro servizio prevede l’analisi dei documenti, la compilazione e la richiesta on-line del Certificato d’Origine, il ritiro in cciaa e la resa al cliente.

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Newsletter 30.04.2019

QUANDO LA CONDIZIONE DOGANALE CEDE IL PASSO A QUELLA SOSTANZIALE

In base a quanto decretato dalla Corte di giustizia, gli Stati membri devono esentare da Iva “le cessioni di beni spediti o trasportati, dal venditore o per suo conto, fuori dalla Comunità”.

Tale disposizione non fa riferimento alla condizione del vincolo dei beni al regime doganale dell’esportazione, da cui il dubbio relativo all’eventuale applicazione della seguente condizione: “Le esenzioni previste ai capi da 2 a 9 si applicano, salvo le altre disposizioni comunitarie e alle condizioni che gli Stati membri stabiliscono per assicurare la corretta e semplice applicazione delle medesime esenzioni e per prevenire ogni possibile evasione, elusione e abuso”.

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Newsletter 17.04.2019

ESTEROMETRO

Si tratta del documento di comunicazione delle operazioni transfrontaliere. Nasce con l’obiettivo di far emergere le operazioni che non hanno obbligo di emissione della fattura elettronica, perché effettuate con soggetti passivi Iva non stabiliti in Italia. In quest’ultima categoria rientrano anche le posizioni Iva “identificate” in Italia di soggetti non residenti.
Per quanto concerne gli acquisti, però, il soggetto passivo italiano deve inserire nell’esterometro le operazioni passive effettuate con controparti non residenti…

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