La prova della cessione intraunionale – cosa cambierà dal 2020?

Prova della cessione
Quali sono i documenti idonei a provare la cessione intraunionale?

Vogliamo dunque capire come fornire la prova dell’effettiva cessione intraunionale dei beni, basandoci sulle indicazioni fornite sia dall’Amministrazione finanziaria sia dalla giurisprudenza (comunitaria e nazionale).

Come si evince dall’art. 131 della Direttiva n. 2006/112/CE, la normativa comunitaria non definisce forma e tipologia della prova idonea a dimostrare l’avvenuto trasporto dei beni nel territorio di altro Stato membro. Lascia invece che siano gli Stati membri a definire i mezzi di prova idonei. Questa assenza di specifici obblighi è in linea con il principio della libera circolazione dei beni nel territorio comunitario e con il conseguente divieto, per gli Stati membri, di introdurre misure più restrittive e meno favorevoli di quelle previste per le cessioni all’esportazione.

La normativa italiana non dispone nulla riguardo ai documenti che il cedente deve conservare, ed eventualmente esibire in caso di controllo, per provare l’avvenuto trasferimento del bene in altro Stato comunitario. L’art. 41 del D.L.  n. 331/1993 si limita a indicare che costituiscono cessioni intracomunitarie non imponibili ai fini IVA le “cessioni a titolo oneroso di beni, trasportati o spediti nel territorio d’altro Stato membro, dal cedente o dall’acquirente, o da terzi per loro conto, nei confronti di cessionari soggetti di imposta o di enti, associazioni ed altre organizzazioni indicate nell’art. 4, comma 4, D.P.R. 633/1972, non soggetti passivi d’imposta.”

A sua volta tale disposizione ha recepito l’art. 138 della Direttiva 2006/112/CE, per cui: “Gli Stati membri esentano le cessioni di beni spediti o trasportati, fuori del loro rispettivo territorio ma nella Comunità, dal venditore, dall’acquirente o per loro conto, effettuate nei confronti di un altro soggetto passivo, che agisce in quanto tale in uno Stato membro diverso dallo Stato membro di partenza della spedizione o del trasporto dei beni”.

Devono dunque sussistere congiuntamente i seguenti requisiti:

  • Onerosità dell’operazione avente a oggetto un bene mobile materiale;
  • Acquisizione o trasferimento del diritto di proprietà o di altro diritto reale sul bene;
  • Status di operatore economico del cedente nazionale e del cessionario comunitario, al quale si aggiunge, in base all’art. 35, comma 2, lettera e-bis), D.P.R. 633/1972, l’obbligo di iscrizione al VIES, VAT Information Exchange System (se vuoi saperne di più sul VIES, vedi questo articolo);
  • Effettiva movimentazione dei beni dall’Italia ad un altro Stato membro, indipendentemente dal fatto che il trasporto/spedizione avvenga a cura del cedente, del cessionario o di terzi per loro conto.

Nel caso in cui manchi anche solo un requisito, l’operazione diventa imponibile IVA, con applicazione di una sanzione dal 90 al 180% dell’imposta.

Bisogna dunque definire quali sono i mezzi di prova idonei a dimostrare l’effettiva sussistenza di una cessione intracomunitaria, tenendo in considerazione che spetta al cedente, cioè colui che applica in fattura il titolo di esenzione, provare l’esistenza dei presupposti.

 

Documentazione da esibire come prova della cessione intracomunitaria

La risoluzione n. 345 del 2007 ha precisato che il documento di trasporto è idoneo a dimostrare l’uscita dei beni dal territorio dello Stato, indicando l’obbligo del cedente di conservare, oltre agli elenchi INTRASTAT e alle fatture, la documentazione bancaria da cui risulti traccia delle somme riscosse in relazione alle cessioni e copia dei documenti che attestano gli impegni contrattuali tra le parti.

Saranno quindi necessari i seguenti documenti:

  • Fattura di vendita all’acquirente comunitario;
  • Elenchi riepilogativi relativi alle cessioni intracomunitarie effettuate (modelli Intrastat);
  • Documento di trasporto “CMR” firmato dal trasportatore per presa in carico della merce e dal destinatario per ricevuta;
  • Rimessa bancaria dell’acquirente relativa al pagamento della merce.

 

Il documento di trasporto cartaceo

Con le successive risoluzioni n. 477 del 2008 e n. 123 del 2009, l’Agenzia delle Entrate ha riconosciuto che la prova del trasporto all’estero possa essere fornita, tra l’altro, dalla lettera di vettura con indicati i luoghi di partenza e arrivo (più tutta la documentazione del caso), senza richiedere l’attestazione del cessionario dell’arrivo della merce nello Stato di destinazione.

Ne consegue che, in caso di trasporto a cura del cedente, la prova del trasporto dei beni in altro Stato membro può essere fornita:

  • Non solo tramite lettera di vettura firmata dal cessionario per attestare la ricezione della merce;
  • Ma anche, in alternativa, attraverso qualunque altro supporto documentale da cui risulti la consegna della merce, compresa, ad esempio, la documentazione predisposta dal cedente ed inviata al cessionario in cui quest’ultimo attesta l’avvenuta ricezione dei beni oggetto delle cessioni intracomunitarie.

I documenti vanno conservati fino al termine di accertamento da parte dell’Amministrazione finanziaria.

 

Il documento di trasporto elettronico

Prendiamo ora in considerazione il caso del documento di trasporto elettronico.

I trasportatori usano sempre più spesso sistemi elettronici per conservare i documenti di trasporto, fornendo al cliente il documento in formato elettronico anziché cartaceo, con la conseguente impossibilità per il cliente di ottenere i documenti originali provvisti di firma. In altri casi la prova del percorso della merce deriva dalle informazioni rilevabili sui sistemi informatici del trasportatore, ad esempio il tracking number, che inviano in automatico le informazioni sullo stato del trasporto.

Nella risoluzione n. 19/E/2013, l’Agenzia delle entrate ha precisato che il documento elettronico è idoneo, al pari di quello cartaceo, a dimostrare l’effettiva uscita dei beni dal territorio dello Stato, purché anche il medesimo contenga i dati della spedizione e le firme dei soggetti coinvolti (cioè cedente, vettore e destinatario), pur se tali elementi sono desumibili da documenti separati. In particolare sono validi mezzi di prova dell’avvenuta cessione intracomunitaria:

  • Sia il CMR elettronico, cioè in pdf, che sia o firmato “per ricevuta” dal destinatario o integrato con la dichiarazione di quest’ultimo che attesti l’avvenuta ricezione della merce;
  • Sia le informazioni tratte dal sistema informatico del vettore dalle quali risulti, comunque, che la merce è giunta a destinazione.

Per l’Agenzia delle Entrate, tali documenti, per essere idonei a fornire la prova della cessione intracomunitaria, devono essere “conservati congiuntamente alle fatture di vendita, alla documentazione bancaria e alla documentazione relativa agli impegni contrattuali”.

I predetti documenti “elettronici”, sotto il profilo giuridico, si qualificano come analogici, perché, non avendo “riferimento temporale” e “sottoscrizione elettronica”, non possono considerarsi documenti informatici. Perciò, per essere fiscalmente rilevanti, tali documenti vanno stampati e conservati assieme alla fattura.

 

Resa EXW – quale prova della cessione?

Nelle cessioni intracomunitarie con resa EXW, cioè con trasporto a cura del cessionario non residente, il cedente nazionale dovrebbe limitarsi ad effettuare una valutazione in buona fede dell’attendibilità del cessionario e della documentazione prodotta al momento della consegna. L’Amministrazione finanziaria, però, considera in ogni caso responsabile il cedente nazionale che non abbia acquisito la prova del trasporto dei beni nel paese di destinazione.

La risoluzione n. 477/E/2008 ha affrontato il caso delle cessioni “franco fabbrica”, in cui molto difficilmente si riesce ad ottenere dal cessionario una copia del documento di trasporto controfirmata dal destinatario per “ricevuta”.

Per l’Agenzia delle Entrate, il riferimento a tale documento ha semplicemente carattere esemplificativo. Si può perciò usare qualsiasi documento idoneo a dimostrare che le merci sono state inviate in altro Stato membro.

Tale principio è stato ribadito dalla risoluzione n. 71 del 2014, con cui si è precisato che la prova del trasferimento può essere acquisita esibendo:

  • Fattura di vendita;
  • Documentazione bancaria;
  • Contratti attestanti gli impegni presi tra le parti;
  • Documentazione commerciale che attesti il passaggio di proprietà;
  • Documento da cui risulti la cancellazione del bene dal registro italiano;
  • Documento da cui risulti l’avvenuta iscrizione del bene nel registro estero;
  • Elenco riepilogativo delle operazioni intracomunitarie (modello intrastat).

L’Agenzia ha inoltre precisato che, in aggiunta a tale documentazione e in sostituzione del DDT, va fornita anche una dichiarazione da parte del cessionario che attesti che la merce è pervenuta a destinazione.

 

Novità 2020

Al fine di pervenire ad un quadro uniforme che possa fornire maggiore certezza sia agli operatori che alle amministrazioni fiscali nazionali, il legislatore comunitario, con il Regolamento di esecuzione UE 1912/2018, ha inserito il nuovo articolo 45-bis all’interno del Regolamento di esecuzione UE 282/2011. In base a tale modifica, a partire dal 1° gennaio 2020 viene tipizzato un elenco di documenti ritenuti idonei a dimostrare l’avvenuto trasporto o spedizione dei beni a destino di altro Stato membro.

CASO 1

Il venditore certifica che i beni sono stati spediti o trasportati da lui o da un terzo per suo conto ed è in possesso:

  • Di due degli elementi di prova non contraddittori di cui alla lista A, rilasciati da due diverse parti indipendenti, dal venditore e dall’acquirente;
  • Di uno qualsiasi dei singoli elementi di prova di cui alla tabella A in combinazione con uno qualsiasi degli elementi di prova di cui alla tabella B, non contraddittori, che confermano la spedizione o il trasporto e sempre rilasciate da due diverse parti indipendenti l’una dall’altra, dal venditore e dall’acquirente.
CASO 2

Il venditore è in possesso oltre agli stessi elementi del punto precedente anche di una dichiarazione scritta dall’acquirente che certifica che i beni sono stati trasportati o spediti dall’acquirente, o da un terzo per conto dello stesso acquirente, e che identifica lo Stato membro di destinazione dei beni. Questa va fornita entro il decimo giorno del mese successivo alla cessione.

Tale dichiarazione scritta indica:

  • La data di rilascio;
  • Il nome e l’indirizzo dell’acquirente;
  • La quantità e la natura dei beni;
  • La data e il luogo di arrivo dei beni;
  • Nel caso di cessione di mezzi di trasporto, il numero di identificazione del mezzo di trasporto;
  • Nonché l’identificazione della persona che accetta i beni per conto dell’acquirente.
LISTA A
  • Documento o lettera CMR riportante la firma;
  • Polizza di carico;
  • Fattura di trasporto aereo;
  • Fattura emessa dallo spedizioniere.
LISTA B
  • Polizza assicurativa relativa alla spedizione o trasporto dei beni;
  • Documenti bancari attestanti il pagamento del trasporto;
  • Documenti ufficiali rilasciati da una pubblica autorità che confermano l’arrivo dei beni nello Stato membro di destinazione;
  • Ricevuta rilasciata da un depositario nello Stato membro di destinazione che confermi il deposito di beni in tale Stato membro

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Incoterms – quali sono le novità 2020?

Incoterms
Quali sono i principali cambiamenti negli Incoterms 2020?

Come già menzionato all’interno del nostro blog, gli Incoterms subiranno una revisione che entrerà in vigore dal 1° gennaio 2020.

Riprendiamo innanzitutto il concetto di Incoterms. Incoterms è l’acronimo di International Commercial Terms. Trattasi del risultato dell’attività di codificazione e tipizzazione operata dalla Camera di Commercio Internazionale a partire dal 1936. Essi si applicano ai contratti di vendita internazionale di beni mobili e sono volti a dare esatta definizione alla ripartizione delle responsabilità per il caso di perdita o danni e dei costi derivanti dalla consegna della merce.

Per procedere alla classificazione, vi sono due possibili modalità da seguire.

Il primo metodo prevede la presa in considerazione della lettera iniziale dell’acronimo.

In particolare avremo:

  • il gruppo E (EXW; il venditore si obbliga a consegnare la merce presso la propria sede o in altro luogo convenuto);
  • il gruppo F (FCA, FAS, FOB; il venditore cura la consegna della merce in una data destinazione ma non paga il trasporto principale);
  • il gruppo C (CFR, CIF, CPT, CIP; il venditore assume il costo del trasporto principale ma il rischio passa all’acquirente al momento della consegna al primo spedizioniere);
  • il gruppo D (DAT, DAP, DDT; il venditore assume su di sè ogni onere e rischio del trasporto fino a destino).

Il secondo metodo, invece, si basa sull’applicabilità delle regole alle modalità di trasporto:

  • applicabili ad ogni tipo di trasporto (EXW, FCA, CPT, CIP, DAT, DAP, DDP);
  • applicabili al solo trasporto marittimo e per vie d’acque interne (FAS, FOB, CFR, CIF).

In relazione alla revisione applicata agli Incoterms ogni dieci anni, avremo a breve a che fare con gli Incoterms 2020.

Vogliamo riportare di seguito i principali cambiamenti che verranno introdotti.

  • Acronimo DAT modificato in DPU (Delivery At Place Unloaded)

Si è deciso di rimuovere il termine “terminal” per risolvere il possibile malinteso riferito a tale parola, talvolta interpretata erroneamente come terminal doganale.

Si è dunque deciso di utilizzare DPU (Delivery At Place Unloaded), per estendere il riferimento a “qualsiasi posto, coperto o meno”.

  • Diverso livello di assicurazione per CIF e CIP

Secondo gli Incoterms l’assicurazione è a carico dell’azienda che esporta solo con le rese CIP e CIF; il venditore è il contraente (colui che paga il premio) ma il beneficiario è l’acquirente.

Negli Incoterms 2010 l’assicurazione è richiesta per la classe C, ma negli Incoterms 2020, il CIP richiede una copertura A-ICC mentre CIF richiede la copertura C-ICC, che è molto più probabile si applichi ai prodotti finiti. Perchè? Perchè la copertura A copre un maggior livello di assicurazione, mentre un minor livello di copertura associato a C-ICC sarebbe più adeguato per il mondo della materie prime.

  • Lista dei costi

Tutti i costi vengono ora riportati nella sezione “ripartizione dei costi” per ciascuna regola, in modo da evitare confusione. Siccome è cambiato anche l’ordine degli articoli in merito agli Incoterms 2020, queste compaiono adesso nella sezione A9/B9 di ciascuna regola.

I costi rappresentavano una problematica significativa negli Incoterms 2010. I vettori cambiavano spesso la struttura dei prezzi per gestire eventuali aggiunte e i venditori si vedevano addebitate le spese di movimentazione al terminal. Le sezioni A9 negli Incoterms 2020 raggruppano i costi, in modo da evidenziare in maniera chiara quali di questi pesano su ciascuna parte.

  • Requisiti di sicurezza

Gli Incoterms 2020 si soffermano ampiamente sui requisiti legati alla sicurezza, essendo questi divenuti particolarmente importanti negli ultimi decenni.

Dal punto di vista dei requisiti di trasporto, le ripartizioni relative alla sicurezza sono state aggiunte alle sezioni A4 e A7 di ciascuna regola Incoterm e i costi necessari associati sono stati aggiunti alle sezioni A9/B9.

  • Trasporto proprio

Gli Incoterms 2010 prevedevano che il trasporto dei beni dal venditore all’acquirente avvenisse tramite parte terza. Gli Incoterms 2020 consentono l’utilizzo di propri mezzi di trasporto da parte dell’acquirente nelle regole FCE e dal venditore nelle regole D.

  • FCA e polizze di carico

Secondo l’FCA “l’acquirente deve gestire a proprie spese il trasporto della merce”. C’è una discrasia tra FCA e FOB. Se si vende in FCA, il proprio punto di consegna è diverso dal FOB. La differenza tra FCA e FOB per il venditore rappresenta un costo ed un rischio significativi. Negli Incoterms  2010, coloro che esportano beni in container vengono incoraggiati ad usare l’FCA, che sembra essere l’opzione migliore per entrambe le parti. Molte persone, però, usavano il FOB anche se avrebbero dovuto usare l’FCA. Perchè? Va considerato che anche i venditori più sofisticati volevano usare il FOB, in quanto una classica lettera di credito richiede una polizza di carico a bordo. Perciò i venditori usavano spesso il FOB, perchè non volevano assumersi il rischio di non venire pagati.

Viene quindi ora definito che se le parti l’hanno concordato, l’acquirente deve dare istruzione al vettore di rilasciare al venditore, a spese e rischi dell’acquirente, un documento di trasporto che dichiari che i beni sono stati caricati.

  • Presentazione delle regole

Gli Incoterms 2020 hanno delle note esplicative molto più dettagliate, con diagrammi migliori, una struttura differenziata per gli utenti ed un riordinamento delle regole per permettere una comprensione più immediata delle caratteristiche della spedizione e dei relativi rischi.

 

Questi sono i principali cambiamenti che verranno riportati negli Incoterms 2020. Sono in linea con quelli che credevi sarebbero avvenuti o ti aspettavi delle modifiche diverse? Faccelo sapere lasciandoci un commento o scrivendoci all’indirizzo info@doganaconsulting.com.

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Rilascio EUR1, EUR.MED, ATR – Ecco le news in merito

news eur1
Quali novità ha introdotto la dogana in merito al rilascio dei certificati di circolazione?

 

L’Agenzia Dogane Monopoli propone delle news in merito alla procedura di rilascio dei certificati di circolazione quali EUR1, EUR.MED, ATR. Il rilascio dei certificati comprovanti l’origine preferenziale, nell’ambito dei protocolli d’origine, dovrà essere effettuato dai competenti uffici territoriali, su apposita richiesta formulata dal soggetto esportatore.

La nota 6305 del 30-05-2003 dell’allora Centrale Area Gestione e Tributi Rapporti con gli Utenti consentiva ai titolari di procedure di domiciliazione la vidimazione dei certificati che avrebbero utilizzato nella giornata.

In questo modo si voleva venire incontro agli operatori con sedi lontane dagli uffici doganali, ridurre i tempi di sdoganamento ed evitare distorsioni di traffico.

Bisogna però considerare i cambiamenti subentrati da allora!

In seguito all’entrata in vigore del nuovo Codice Doganale Unionale, ci sono stati infatti varie news riguardo al settore delle procedure d’origine quali l’EUR1.
Pensiamo ad esempio agli ultimi accordi unionali CETA (UE- CANADA), UE- GIAPPONE ove la prova dell’origine è data da una dichiarazione resa dall’esportatore. Infatti il certificato EUR1, a partire dall’accordo UE-COREA del Sud, è stato definitivamente sostituito dalla dichiarazione di origine.
Ora, alla luce di questi nuovi scenari, l’Agenzia Dogane Monopoli REVOCA la procedura indicata nella nota 6305 del 30-05-2003, concedendo una proroga fino al 23 gennaio 2010.
Da quella data i certificati di circolazione saranno rilasciati dagli uffici doganali a seguito di un’istruttoria che sarà calibrata in base alla conoscenza degli operatori economici e dei loro rappresentanti in dogana e delle caratteristiche peculiari dei flussi di operazioni in esportazione, riducendo al minimo il limite di tempo previsto per la presentazione della domanda di rilascio dei certificati, ove siano verificati come sussistenti i
requisiti e gli elementi conoscitivi correlati alle effettive realtà locali.
Novità EUR1

Come gestire tale situazione?

ADM ricorda agli esportatori che è possibile richiedere lo status di esportatore autorizzato. Tale strada permette infatti di superare la problematica.
Tale figura riguarda un operatore economico al quale può essere attribuita, su apposita richiesta da presentare ai competenti Uffici delle Dogane, la qualifica di esportatore autorizzato al fine di poter direttamente attestare il carattere originario di un determinato prodotto mediante una dichiarazione, resa su fattura o altro documento commerciale, indipendentemente dal valore delle operazioni di esportazione. Lo status di esportatore autorizzato semplifica le modalità di esportazione e consente di poter certificare direttamente l’origine mediante una auto-dichiarazione sulla fattura o altro documento commerciale che identifica i prodotti esportati, in quanto la stessa dichiarazione di origine ha identico valore giuridico dei sopra descritti certificati di circolazione, con l’ulteriore vantaggio di essere sottoposti a controllo soltanto al momento del rilascio del provvedimento di autorizzazione.

La proposta di Doganaconsulting

Considerato il notevole vantaggio che deriverebbe dall’ottenimento dello status di esportatore autorizzato, Doganaconsulting offre il servizio di gestione dell’intero iter per il conseguimento di tale status. Una news che agevola la procedura connessa agli EUR1.

Qual’è il valore aggiunto che offriamo?

Affidarsi a noi significa avere la certezza che la procedura venga svolta in maniera precisa e rapida. Ma, soprattutto, significa poter contare su un partner riconosciuto dalla dogana come attendibile e serio. Ricordiamo infatti che la dogana calibra il rilascio delle autorizzazioni in base al livello di conoscenza ed affidabilità degli operatori economici. Risulta quindi essenziale collaborare con un ente la cui reputazione sia impeccabile.

In cosa consiste il nostro servizio?

1. Ci rechiamo presso la ditta cliente per un pre-audit;
2. Presentiamo l’istanza alla dogana per conto dell’azienda;
3. Ci confrontiamo con la dogana in merito alla verifica dei requisiti;
4. Forniamo l’autorizzazione al cliente, in seguito al rilascio da parte della dogana.

Vuoi maggiori informazioni in merito al nostro servizio?

Allora lasciaci un commento o scrivici all’indirizzo info@doganaconsulting.com. Ti risponderemo nel minor tempo possibile.

BREXIT

Quali sono le potenziali conseguenze per le esportazioni?

brexit
Cosa comporterà la Brexit per chi esporta?

Brexit: in caso di mancato accordo, si potranno sviluppare diversi possibili scenari in merito alle esportazioni. Vediamo di seguito i principali.

1) Merce UE esportata da EU27 in uscita dall’ufficio di uscita nel Regno Unito

Al fine di analizzare questo primo scenario, risulta necessario distinguere due casistiche. Un primo caso prevede il recesso del Regno Unito quando la merce si trova nel territorio EU27. La seconda situazione implica il recesso del Regno Unito quando la merce si trova nel territorio del Regno Unito.

a) Recesso del Regno Unito quando la merce si trova nel territorio EU27

– La merce dovrebbe essere presentata presso l’Ufficio di uscita all’interno del territorio doganale dell’Unione (deviazione);

– L’ufficio di uscita effettivo conferma l’uscita fisica della merce e solo in quel momento la merce può lasciare l’UE;

– Proseguimento della circolazione della merce all’interno del Regno Unito sotto vincolo di un regime UK.

b) Recesso del Regno Unito quando la merce si trova nel Regno Unito

– Non si è applicata alcuna regola per l’uscita della merce;

– La merce verrà movimentata in uscita secondo le norme del Regno Unito. Il Regno Unito non potrà inviare messaggi attraverso ECS per confermare l’uscita fisica della merce;

– L’ufficio di esportazione chiude l’esportazione in ECS sulla base di una prova alternativa.

2) Merce UE esportata da EU27 via Regno Unito e diretta all’ufficio di uscita nel territorio EU27

Anche questo secondo scenario legato alla Brexit comporta il bisogno di individuare diverse situazioni.

a) Recesso del Regno Unito quando la merce si trova nel territorio EU27

– La merce dovrebbe essere presentata presso un ufficio di uscita che si trovi nel territorio doganale dell’Unione (deviazione);

– Una dichiarazione sommaria di entrata sarà depositata presso l’ufficio doganale di primo ingresso nel territorio EU27;

– A seguito del rientro in EU27, per raggiungere il punto di uscita da cui la merce lascia definitivamente il territorio doganale dell’Unione, la merce dovrà essere vincolata ad un regime di transito esterno o qualsiasi altro regime che consenta la circolazione della merce in temporanea custodia a seconda delle norme doganali applicabili all’effettiva modalità di trasporto;

– Dovrebbe essere depositata presso l’ufficio di uscita EU27 una notifica di riesportazione, una dichiarazione di riesportazione o una dichiarazione sommaria di uscita.

b) Recesso del Regno Unito quando la merce è nel territorio del Regno Unito

– A partire dalla data di recesso, la merce perde il suo status UE;

– Una dichiarazione sommaria di entrata dovrà essere depositata presso l’ufficio doganale di primo ingresso nel territorio EU27;

– A seguito del rientro in EU27, per raggiungere il punto di uscita dal quale la merce lascia definitivamente il territorio doganale dell’Unione, questa dovrà essere vincolata ad un regime di transito esterno o a qualsiasi altro regime che consenta la circolazione della merce in temporanea custodia a seconda delle norme doganali applicabili all’effettiva modalità di trasporto;

– Dovrebbe essere depositata presso l’ufficio di uscita EU27 una notifica di riesportazione, una dichiarazione di riesportazione o una dichiarazione sommaria di uscita;

– L’ufficio esportazione chiude l’esportazione in ECS in base ad una prova alternativa.

c) Recesso del Regno Unito, dopo che la merce è rientrata nel territorio EU27

– Il paese europeo interessato può far uscire la merce come dichiarato

3) Merce esportata dal Regno Unito diretta ad ufficio d’uscita nel territorio EU27

Procediamo nuovamente alla distinzione di casistiche differenti tra loro che possano derivare dalla Brexit.

a) Recesso del Regno Unito quando la merce si trova nel territorio del Regno Unito

– Quando la merce lascia il Regno Unito è vincolata ai regimi doganali del Regno Unito;

– A partire dalla data di recesso la merce perde lo status UE;

– Una dichiarazione sommaria di entrata dovrà essere depositata presso l’ufficio doganale di primo ingresso nel territorio EU27;

– Per raggiungere il punto di uscita dal quale la merce lascia definitivamente il territorio doganale dell’Unione, questa dovrà essere vincolata ad un regime di transito esterno o a qualsiasi altro regime che consenta la circolazione della merce in temporanea custodia o a seconda delle norme doganali applicabili all’effettiva modalità di trasporto;

– Dovrebbe essere depositata presso l’Ufficio di uscita EU27 una notifica di riesportazione, una dichiarazione di riesportazione o una dichiarazione sommaria di uscita.

b) Recesso del Regno Unito quando la merce si trova nel territorio EU27

– L’ufficio di uscita può far uscire la merce attraverso il sistema ECS ma non sarà abilitato a dare conferma elettronica dell’uscita fisica della merce all’ufficio di esportazione del Regno Unito, poiché alla data del recesso il Regno Unito non sarà più connesso al sistema ECS;

– L’ufficio di uscita è tenuto a rilasciare prova dell’uscita della merce.

 

Maggiori approfondimenti nel sito dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli:

https://www.adm.gov.it/portale/infobrexit


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Se ti interessa approfondire delle tematiche legate al mondo del commercio internazionale in modo dettagliato, dai un’occhiata ai nostri corsi on-line.

VIES; di cosa si tratta?

VIES
Approfondiamo la tematica del VIES, capendo cosa sia e a cosa serva

VIES, cosa significa?

VIES è l’acronimo dell’espressione inglese VAT information exchange system.

Trattasi di un sistema informatico. Esso raccoglie e trasmette tutte le informazioni relative alle partite IVA comunitarie registrate. Questa banca dati digitale viene aggiornata costantemente in tempo reale.

Per poter effettuare operazioni intracomunitarie, quindi per vendere o acquistare all’interno dell’Unione Europea, è necessario essere inclusi nell’archivio VIES.

Se si intende effettuare queste operazioni, si potrà inserire l’opzione già nella dichiarazione di inizio attività o notificarlo in seguito in maniera telematica.

Quali sono i soggetti interessati?

Tutti coloro che esercitano attività impresa, arte o professione, nel territorio dello Stato, o vi istituiscono una stabile organizzazione sono tenuti ad essere inseriti nell’archivio, in modo tale da poter concludere operazioni intracomunitarie.

C’è un altro caso da tenere in considerazione. I soggetti non residenti possono fare richiesta per l’identificazione diretta ai fini IVA o attraverso nomina di un rappresentante fiscale.

Come fare la richiesta vies?

Bisogna compilare il campo “Operazioni intracomunitarie” del quadro I dei modelli AA7 o AA9. Il modello AA7 rimanda a soggetti diversi dalle persone fisiche, mentre l’AA9 ad imprese individuali e lavoratori autonomi.

Coloro che hanno già la partita IVA possono fare richiesta tramite i servizi telematici dell’Agenzia delle Entrate. In entrambi i casi, l’iscrizione è gratuita.

In maniera analoga, è possibile richiedere l’esclusione dall’archivio. Questa situazione può verificarsi nel caso in cui non si intenda più effettuare operazioni intracomunitarie.

Verifica della partita IVA

Il VIES viene usato per controllare che la partita IVA usata sia valida. A questo link http://ec.europa.eu/taxation_customs/vies/?locale=it possibile vedere se la partita IVA fornita dal cliente sia in regola. Se dovesse risultare non conforme, allora sarà necessario comunicarlo all’organo nazionale di competenza.

Riportiamo di seguito il link alla sezione del sito dell’Agenzia delle Entrate dedicata a questo argomento: https://www.agenziaentrate.gov.it/wps/content/nsilib/nsi/schede/istanze/inclusione+archivio+vies/scheda+info+partite+iva_intra?page=istanzeimp.

 

Ti ricordiamo che trovi il link per la verifica della partita IVA, oltre ad un serie di altri link utili, nell’apposita sezione del nostro sito.

Hai trovato l’articolo utile? Vorresti ricevere maggiori informazioni relative a questa tematica? Faccelo sapere lasciando un commento qua sotto. Grazie!

 

DAE, DAT, DAA E DAS

DAE, DAT, DAA E DAS

Facciamo chiarezza su questi concetti

Questo articolo del nostro blog intende fornire una panoramica dei documenti di esportazione e transito. Andiamo inoltre a presentare i documenti necessari in caso di accise.

Il DAE è il Documento di Accompagnamento di Esportazione.

Dal 1° luglio 2007, la prova dell’esportazione delle merci non è più costituita dal “visto uscire” apposto sull’esemplare 3 del DAU, ma da un messaggio elettronico (il DAE appunto), che scorta la merce sino alla dogana di uscita. Tale documento è emesso dalla dogana di esportazione per le operazioni in procedura ordinaria o è stampato direttamente dall’azienda sulla base dei messaggi scambiati telematicamente per le operazioni in procedura ordinaria o è stampato direttamente dall’azienda sulla base dei messaggi scambiati telematicamente per le operazioni in procedura di domiciliazione.

Il DAE è importante in quanto ha valenza di prova dell’uscita delle merci dal territorio dell’UE. Quest’ultima infatti non è più fornita dal timbro apposto sul documento cartaceo da parte della dogana d’uscita, bensì dal messaggio elettronico di “uscita” che la dogana di uscita competente invierà alla dogana di esportazione tramite il sistema ECS (Export Control System) e di cui l’operatore riceverà certificazione tramite il messaggio “notifica di esportazione” da parte della dogana di esportazione.

Il DAT è il Documento di Accompagnamento Transito.

Si tratta di un documento che segue le merci dalla loro partenza fino all’arrivo a destinazione nell’ambito del sistema di transito informatizzato NCTS (New Computerised Transit System). In pratica tale sistema consente di presentare le dichiarazioni di transito avvalendosi di procedure telematiche e di ottenere la stampa di un documento di accompagnamento transito (DAT) che accompagnerà le merci fino alla dogana di destinazione, sostituendo di fatto gli esemplari 4 e 5 del DAU che il vettore è tenuto a presentare in Dogana.

L’MRN è il Movement Reference Number, ovvero un numero assegnato a tutti i documenti informatizzati per l’esportazione (DAE) o per il Transito (T1/T2).

Il DAA è il Documento Amministrativo di Accompagnamento. Serve a scortare i prodotti soggetti ad accisa.

Il DAS è il Documento Amministrativo Semplice. Serve a scortare i prodotti soggetti ad accisa già assolta.

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Il codice EORI

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Codice EORI – di cosa si tratta?

Tale articolo del blog di Doganaconsulting intende chiarire i principali aspetti relativi al Codice EORI. Coloro che trattano con l’estero avranno sicuramente sentito nominare questo codice svariate volte, ma magari si sono chiesti cosa significhi esattamente, quando si usa e cosa succede se non lo si possiede. Approfondiamo tali aspetti di seguito.

Cos’è il Codice EORI?

Il codice E.O.R.I. (Economic Operator Registration and Identification) è un sistema di numerazione introdotto nel 2009 dall’Unione Europea. Si tratta di un codice alfanumerico univoco per la registrazione e l’identificazione degli operatori economici e delle altre persone che prendono parte ad attività disciplinate dalla regolamentazione doganale degli Stati membri dell’Unione Europea.

Il codice EORI è composto da un codice alfanumerico univoco per lo Stato membro che lo attribuisce, lungo al massimo 15 caratteri (la partita IVA o il codice fiscale), preceduto dal codice ISO alfa 2 di tale Stato (IT per l’Italia o DE per la Germania, ad esempio).

Quando va usato il Codice EORI?

Tale codice va utilizzato nei rapporti tra i soggetti sopra menzionati e le Amministrazioni doganali e per lo scambio di informazioni tra le Amministrazioni doganali dei diversi Stati membri.

Il codice EORI non ha scadenza. E’ peraltro possibile controllarne la validità nell’apposita pagina sul sito della Commissione Europea. I nuovi codici EORI della giornata vengono inviati alla Comunità nella notte, la Comunità li elabora in qualche ora e dopo l’elaborazione ci sono ulteriori tempi per la pubblicazione sul sito. Ci vogliono circa 24 ore per il completamento delle operazioni.

E se non si possiede tale codice?

L’arrivo delle merci in dogana senza possedere un codice EORI non comporta né una multa né il sequestro del carico. Tuttavia, potrebbe succedere che le merci rimangano bloccate all’interno della dogana fintanto che non si ottiene il codice. Conviene perciò richiedere il codice prima che le proprie merci vengano spedite verso il paese in cui si intende importare. Si può inoltre richiedere un codice anche in qualità di privato, usando il proprio codice fiscale.

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Parliamo di origine preferenziale

Trattiamo il concetto di origine preferenziale
Cosa significa origine preferenziale e cosa comporta?

Per origine preferenziale si intende uno status della merce grazie al quale viene assegnato il diritto ad un trattamento tariffario preferenziale. Tale diritto si sostanzia in un dazio ridotto ovvero in un’esenzione dal dazio in virtù di specifici accordi di libero scambio sottoscritti fra il paese di esportazione e il paese di destinazione della merce.

Tali accordi prevedono, al fine di evitare diversioni di traffici e con l’obiettivo di premiare i soli prodotti effettivamente fabbricati all’interno del territorio dei paesi aderenti all’accordo, dei protocolli in cui sono elencati i criteri per la determinazione dell’origine preferenziale. Quest’ultima può essere conferita o meno, analizzando l’elenco delle trasformazioni considerate sufficienti (anche dette regole di lista).

Che domande porsi?

A tal proposito, le domande da porsi sono le seguenti:

  • L’Unione Europea ha stipulato accordi di commercio preferenziale con il paese in cui la merce è destinata o da cui proviene?
  • Quali sono le regole di origine previste dagli accordi con il paese interessato?
  • Quale documentazione deve conservare l’azienda per comprovare l’origine preferenziale e produrre in caso di eventuali controlli a posteriori?

Va considerato che gli accordi su cui si basano le concessioni di preferenze tariffarie hanno diversa natura. L’Unione Europea ha infatti stipulato accordi di natura bilaterale, unilaterale e i cosiddetti accordi di Unione Doganale.

Nel primo caso le preferenze tariffarie sono concesse in via reciproca dai paesi contraenti. La seconda opzione implica una concessione dall’Unione Europea senza alcuna reciprocità. Nel terzo caso è prevista l’abolizione completa delle tariffe negli scambi tra i paesi dell’Unione DOganale.

A tali quesiti possiamo fornire le risposte corrette, in modo da assicurarti di trarre il miglior beneficio dall’applicazione dell’origine preferenziale.

Inviaci un’e-mail a info@doganaconsulting.com o chiamaci al numero 0434 573271; saremo felici di fornire il nostro supporto.

Cos’è l’operatore AEO?

approfondimento del significato dello status di operatore economico autorizzato
Approfondiamo le implicazioni derivanti dallo status di AEO

Lo status di “Operatore Economico Autorizzato” (meglio conosciuto come “AEO”, acronimo dell’espressione inglese “Authorised Economic Operator“), è una certificazione di affidabilità doganale avente valenza europea (valida cioè su tutto il territorio dell’Unione Europea). Da questa scaturiscono una serie di semplificazioni in materia doganale e/o di sicurezza previste dalla normativa doganale. 

Il sistema è in vigore dal 2008 e funziona su base volontaria. Difatti non esiste alcun obbligo per gli operatori di richiedere tale certificazione.

La normativa di riferimento, contenuta nel Codice Doganale Comunitario e nelle relative Disposizioni di Applicazione, prevede due diverse tipologie di certificazione AEO. A queste sono collegati diversi tipi di benefici, a seconda dei casi. I certificati in questione sono il certificato AEOC (Customs) e il Certificato AEOS (Security).

Vediamo di seguito quali implicazioni sono associate alla certificazione AEOC e quali rimandano invece alla certificazione AEOS.

Il titolare di un AEOC gode dei seguenti vantaggi:

  • concessione agevolata delle semplificazioni doganali elencate all’articolo 14 ter, paragrafo 1, delle DAC in quanto i criteri che sono già stati verificati all’atto della concessione dell’AEOC non saranno verificati di nuovo;
  • minori controlli doganali fisici e documentali rispetto agli altri operatori economici, ad eccezione dei controlli inerenti alle misure di sicurezza;
  • trattamento prioritario, qualora selezionato per essere sottoposto a controllo;
  • possibilità di chiedere che tale controllo si svolga in un luogo specifico.

Il titolare di un AEOS gode dei seguenti vantaggi:

  • possibilità di notifica preventiva qualora selezionato per essere sottoposto a controllo;
  • numero ridotto di dati per le dichiarazioni sommarie di entrata e di uscita;
  • minori controlli fisici e documentali con riguardo alla sicurezza;
  • trattamento prioritario, qualora selezionato per essere sottoposto a controllo;
  • possibilità di chiedere che tale controllo si svolga in un luogo specifico.

Il rilascio della certificazione compete all’amministrazione doganale sulla base di un audit. Tale audit prevede una completa valutazione degli elementi Customs e Security. 

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Export management: come interpretare gli incoterms?

Export management

Il mondo dell’export (e import) management necessita da sempre di un linguaggio che sia standardizzato e condiviso a livello mondiale.

Da questo bisogno deriva la definizione di un codice univoco, rappresentato dagli Incoterms – International Commercial Terms. Gli incoterms segnano ogni step legato all’export management, associando ad ogni parte coinvolta determinati costi e responsabilità.

La International Chamber of Commerce (ICC) si occupa della pubblicazione degli Incoterms dal 1936. Il 1° gennaio 2011 sono entrati in vigore gli Incoterms 2010 e il 1° gennaio 2020 si avrà l’entrata in vigore degli Incoterms 2020.

Con questo articolo vogliamo riprendere le caratteristiche degli Incoterms attualmente in vigore. Pubblicheremo prossimamente appositi approfondimenti per esaminare i cambiamenti che comporteranno gli Incoterms 2020.

Come sopra menzionato, gli Incoterms rappresentano delle regole che racchiudono in una sigla di 3 lettere le pattuizioni commerciali utilizzate nei contratti di compravendita, per definire le responsabilità e ripartire spese e rischi legati alla consegna della merce.

Di seguito trattiamo nel dettaglio ogni termine.

Clausole per qualsiasi modalità di trasporto

  • EXW (Ex Works) Franco Fabbrica: il venditore è tenuto a mettere a disposizione dell’acquirente la merce nei propri locali o altro proprio luogo convenuto con i documenti necessari al trasporto e all’esportazione. Il resto degli adempimenti è a carico e rischio del compratore. Si tratta del livello minimo di obbligazione e di costi a carico del venditore.
  • FCA (Free Carrier) Franco Vettore: il venditore effettua la consegna rimettendo la merce al vettore o ad altra persona designata dal compratore nei propri locali oppure in altro luogo convenuto (che deve essere definito con precisione). Il venditore deve provvedere allo sdoganamento in esportazione.
  • CPT (Carriage Paid To) Trasporto Pagato Fino A: Il venditore consegna la merce al vettore o ad altra persona designata dallo stesso venditore in un luogo concordato, stipula il contratto di trasporto, sopporta i costi di trasporto fino al luogo di destinazione convenuto e sdogana la merce in uscita. Va precisato che il luogo di consegna differisce dal luogo di destinazione e che il primo determina il passaggio del rischio, mentre il secondo implica il trasferimento delle spese.
  • CIP (Carriage and Insurance Paid To) Trasporto e Assicurazione Pagati Fino A: il venditore stipula il contratto di trasporto, provvede ad una copertura assicurativa contro il rischio dell’acquirente di perdita o danni alla merce durante il trasporto, sdogana la merce in uscita, consegna la merce al vettore nel luogo di destinazione concordato e sostiene i costi di trasporto fino a tale punto. Come nel caso precedente, il luogo di consegna definisce il passaggio del rischio, mentre il luogo di destinazione il trasferimento delle spese.
  • DAT (Delivered At Terminal) Reso Al Terminal: Il venditore effettua la consegna mettendo la merce a disposizione dell’acquirente dopo averla scaricata al terminal convenuto nel porto o luogo di destinazione concordato, sostiene i rischi e le spese fino a questo punto ed effettua lo sdoganamento in esportazione. Cosa si intende per Terminal? Ci si riferisce ad ogni luogo, coperto o scoperto, come una banchina, un magazzino, un piazzale per container oppure un terminal stradale, ferroviario o aeroportuale.
  • DAP (Delivered At Place) Reso Al Luogo di Destinazione: Il venditore mette la merce a disposizione del compratore sul mezzo di trasporto di arrivo pronta per essere scaricata nel luogo di destinazione, sostiene i rischi e le spese fino a questo punto. In tale caso è consigliabile specificare chiaramente il punto del luogo convenuto, in quanto i rischi fino a tale punto sono a carico del venditore.
  • DDP (Delivered Duty Paid) Reso Sdoganato: Il venditore effettua la consegna mettendo la merce a disposizione del compratore sul mezzo di trasporto di arrivo nel luogo di destinazione, pronta da scaricare e ha l’obbligo di sdoganare in esportazione e in importazione, pagando i relativi diritti doganali (oltre ad IVA e tasse simili). Il DDP comporta il livello massimo di obbligazione per il venditore.

Clausole per il trasporto marittimo

Le regole seguenti si possono usare solo in caso di trasporto marittimo o per vie d’acqua interne.

  • FAS (Free Alongside Ship) Franco Lungo Bordo: Il venditore effettua la consegna rimettendo la merce sottobordo alla nave (es. sulla banchina) designata dal compratore (in questo luogo si ha il trasferimento dei rischi e degli oneri successivi), effettua lo sdoganamento in esportazione, specificando il luogo.
  • FOB (Free On Board) Franco A Bordo: Il venditore effettua la consegna rimettendo la merce a bordo della nave designata dal compratore (in tal luogo si trasferiscono rischi ed oneri successivi), è tenuto ad effettuare lo sdoganamento in esportazione.
  • CFR (Cost and Freight) Costo e Nolo: Il venditore effettua la consegna rimettendo la merce a bordo della nave designata dal compratore (trasferimento del rischio), ma sostiene le spese fino al porto di destinazione. Effettua, inoltre, lo sdoganamento in esportazione. In tal caso bisogna definire, oltre al luogo di destino, il porto di imbarco, nonché il punto del porto di destinazione convenuto.
  • CIF (Cost Insurance and Freight) Costo Assicurazione e Nolo: I termini sono gli stessi del CFR, ma il venditore stipula una copertura assicurativa minima per perdita o danni derivanti dal trasporto. Effettua, inoltre, lo sdoganamento in esportazione.

Come scegliere il termine più adeguato? Chiaramente ci sono un insieme di fattori da tenere in considerazione. Qual è la dimensione aziendale? A quanto ammonta il fatturato relativo all’export? Quali sono le politiche commerciali? Con che tipo di merce si ha a che fare? Con che tipo di cliente abbiamo a che fare? Scegliere l’EXW mi solleva davvero da ogni impegno? In caso di esportazione, se si verifica un controllo fiscale come posso provare l’avvenuta uscita dal nostro territorio? Questa serie di domande può sicuramente aiutarci ad individuare il termine di resa più appropriato al nostro caso.

E per quanto riguarda gli Incoterms 2020? Quali saranno le principali modifiche? Continua a tenere d’occhio il nostro blog – tratteremo questo argomento a breve in uno dei prossimi articoli!

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